Il termine inglese tattoo ha radici lontane: deriva dalla parola tahitiana tatau, che significa “battere, incidere”.
Un suono che sembra un tamburo: ta-ta, il gesto rituale che imprime la forma; u, il colore che penetra nella pelle.
Ma nelle isole della Polinesia, il tatuaggio è molto più di una decorazione. È una scrittura sacra, un linguaggio della pelle che racconta l’origine di una persona, la sua genealogia, il rango sociale, i passaggi della vita.
Chi pratica quest’arte non è un semplice artista, ma un iniziato, il Tahu’a Tatau — una figura quasi sciamanica, considerata discendente degli dèi.
Una leggenda tahitiana narra che l’arte del tatuaggio fu creata dai figli del dio Ta’aroa: Mata Mata Arahu e Tu Ra’i Po.
I due fratelli divini si innamorarono di Hina, una giovane fanciulla, figlia di artigiani. La madre, gelosa della sua purezza, la teneva rinchiusa, lontana dagli occhi del mondo e dai desideri del cuore.
Eppure, i due fratelli trovarono un modo per attirare la sua attenzione: si tatuarono il corpo con un motivo sacro, chiamato Tao. I disegni raccontavano misteri, bellezza, desiderio.
Hina, incantata da quei segni, sentì crescere in sé una forza nuova. Scappò dalla sua prigione per chiedere — lei stessa — di essere tatuata.
Fu così che nacque il tatau, dono degli dèi, rivelazione attraverso il corpo.
Da quel giorno, incidere simboli sulla pelle divenne non solo un gesto estetico, ma un atto sacro di appartenenza, protezione e identità.
Ancora oggi, nella cultura polinesiana, ogni linea tatuata è una storia.
Ogni segno, una memoria.
Ogni pelle, una mappa viva della propria anima.

